Contenuti per adulti
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Lo staff declina ogni responsabilità nei confronti di coloro che si potrebbero sentire offesi o la cui sensibilità potrebbe essere urtata.
(Il neon del bagno vibra a intermittenza, un ronzio sottile che le si infila dietro gli occhi. Fuori, la voce di lui attraversa il corridoio, tesa ma non furiosa, più stanca che aggressiva.)
«Joana, hai visto dove ho messo la biancheria pulita? Non trovo niente, come al solito.»
Non urla davvero. È quel tono irritato che si mette quando qualcosa lo contraria, come se il mondo dovesse essere sempre un po’ più semplice di così.
“Sempre la stessa storia. Una cosa fuori posto e sembra che crolli il mondo. Perché mi si chiude lo stomaco ogni volta che parla così? Non mi sta insultando. Non mi sta picchiando. Eppure è come se mi accusasse di qualcosa che non so nemmeno nominare.”
“Forse dovrei aprire la porta, attraversare il corridoio, infilarmi le scarpe e uscire. Senza spiegazioni. Senza scenate. Scavalcare questa vita ordinata come un ostacolo troppo basso per essere notato e troppo alto per essere ignorato. Non fermarmi nemmeno al semaforo.
E poi? Poi rimango sola. E la solitudine non ha il tono irritato, ma pesa di più. Se resto, però, non sono più io.”
Joana si guarda allo specchio.
La luce è crudele ma sincera. Si tocca i fianchi. La carne è ancora soda, abbondante come piace a loro. Ma a lei sembra un deposito. Un archivio di compromessi. Il corpo le sta addosso come un vestito cucito per un’occasione che non arriva mai: le stringe il respiro, le segna la pelle, la costringe in una forma che rassicura gli altri.
Il parrucchiere le sorride sempre un po’ troppo. Le dice che è “ancora una gran bella donna”. Quel “ancora” le resta appiccicato addosso più della lacca.
“Ancora per chi? Per quanto?”
Non vuole dipendere da nessuno. E lui, in fondo, non è un tiranno. Lavora, paga le bollette, fa la spesa quando serve pensa alla suocera malata. Non è crudele. È solo… prevedibile. Convinto che le cose debbano funzionare senza troppa fatica emotiva. Che l’ordine domestico sia una specie di legge naturale.
«Joana? Mi senti?»
Non c’è cattiveria. Solo l’idea che lei sia parte dell’ingranaggio.
“E io lo sono. È questo che mi brucia.”
Si osserva meglio. Le rughe sottili agli angoli degli occhi non la spaventano. La spaventa l’idea di diventare rigida. Di trasformarsi in qualcosa di fisso, di definitivo. Una statua di sale in un bagno di periferia, immobile mentre la vita passa a chiederle dove sono le mutande.
“Se cambio tutto adesso, distruggo quello che ho costruito. Anni di silenzi, di pazienza, di compromessi digeriti senza fare rumore. Se non cambio, mi indurisco. Divento ciò che temo.”
Forse il problema è il mondo. O forse è lei che ha imparato ad adattarsi troppo bene. A forza di adattarsi, si è limata via gli spigoli, fino quasi a sparire.
Dice di essere libera. Lo dice alle amiche, lo pensa mentre guida da sola con la radio alta. Ma allora perché questa rabbia sottile? Perché questa sensazione di gabbia, anche quando nessuno chiude la porta?
“La chiave ce l’ho io. E questa è la parte che fa più male.”
Cambiare le fa paura. Non l’idea in sé. Il dopo. Il vuoto. La possibilità di accorgersi che, tolta la gabbia, resta comunque la stessa profonda inquietudine.
Invoca il cambiamento come se fosse una rivoluzione personale. Nei suoi pensieri è sempre pronta a dire basta. Nella realtà, la parola le si incastra in gola.
Ribellarsi la fa sentire viva per un attimo. Il sangue si scalda, il cuore accelera.
Adeguarsi la fa sentire al sicuro.
(Fuori, un colpo leggero sulla porta.)
«Joana? Non ti sto accusando, eh. Chiedevo solo dove sono.»
Lei chiude gli occhi. Tira in dentro la pancia davanti allo specchio, quasi per verificare se può ancora modellarsi. Si odia per un secondo. Poi lascia uscire l’aria.
«Sono nel cassetto a sinistra. Arrivo.»
La voce le esce più alta del necessario. Non per rabbia. Per farsi sentire.